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ELOGIO DEL DISORDINE: 

Per una difesa dello spazio "diversamente ordinato" nell'era del Clutter Clearing

di Alessandra Calanchi 

"L’ordine perfetto esiste solo accanto al disordine.
L’ordine totale in un giardino uccide il giardino.
"

(Alejandro Jodorowsky, Il dito e la luna, Mondadori 2006)

 

Una parola d’ordine nel mondo di oggi è de-cluttering. Che significa fare ordine, spazio, liberarsi di quegli oggetti “ingombranti” che abbiamo comperato ma che non ci piacciono più, che ci sono stati regalati ma che non ci sono mai piaciuti, che non riusciamo più a indossare perché abbiamo cambiato taglia, che ci ricordano una storia d’amore finita ma a cui siamo nostalgicamente aggrappati …Per non parlare dei cumuli di roba da stirare sulle sedie, delle pile di giornali e riviste sul pavimento, dei piatti eternamente da lavare nell’acquaio e dei letti eternamente da rifare.


Una volta c’erano le pulizie di primavera.

Oggi c’è il clutter clearing (cito un classico: Mary Lambert, Clearing the Clutter, 2000, in italiano Ogni cosa al suo posto e un posto per ogni cosa, 2002). Niente di più logico, utile e igienicamente corretto, soprattutto tenendo conto che gli spazi abitativi sono sempre più esigui mentre cresce vertiginosamente il numero di gadget di cui ci circondiamo e non possiamo fare a meno. Ma sarà poi vero che ogni cosa deve avere un suo posto?

E che ogni posto deve contenere una sua cosa? Vogliamo spendere due parole a favore del bistrattato disordine?


Il disordine ci indispone fin dalla parola: si impone fin dal principio come una negazione, ricordandoci una serie di deformazioni e malesseri (dis-agio, dis-perazione, dis-truzione … i disordini emotivi, psichici, della personalità …). Il suo contrario, l’ordine, si afferma senza possibilità di replica come il “modello” ideale a cui aspirare: ordine nella persona, nella casa, nella vita …. L’ordine è legato alla disciplina e alla legge …. E all’ordine si può sfuggire solo con la dis-obbedienza (la quale, in certi contesti, ha la sua piena dignità).
L’uscita, in questi giorni, di due testi di argomento affine può portarci a un proficuo ripensamento dei luoghi comuni. Il primo è La forma del disordine di Eric Abrahamson e David H.Freedman (A Perfect Mess, 1997), la cui pubblicazione in Italia ha tardato ben dieci anni (Rizzoli 2007). Il secondo è Elogio del lusso di Thierry Paquot (Eloge du lux, 2005) edito da Castelvecchi (2007). Due testi diversi per finalità, approfondimento e orientamento, ma uniti da una comune riflessione sul modo in cui viviamo il nostro “intorno”, sugli oggetti veramente o apparentemente “inutili”, sull’estetica e sulla politica dell’organizzazione degli spazi e di ciò che contengono.


Ma non basta. E’ necessario, una volta innescata l’analisi, andare oltre: se ci pensiamo bene, il disordine caratterizza l’essere umano molto più dell’ordine. Un esempio. E’ dal caos cosmico che ebbe origine la vita, non certo da un “ordine” cosmico. E la fisica ci insegna che nell’universo tutto tende al caos e alla dispersione (vedi la II legge della termodinamica e il principio dell’entropia). Ancor oggi, dopo milioni di anni. Un altro esempio. Nella vita di un singolo individuo, le fasi in cui è più disordinato sono l’età pre-scolare (dai tre ai sei anni) e l’adolescenza: non a caso, le due fasi di maggiore intensità nel processo di affermazione della personalità. Un altro esempio. Nel mondo minerale, vegetale e anche animale (se si esclude l’uomo) è molto più facile riscontrare l’ordine che non il disordine. Un cristallo si regge su una struttura ordinatissima, così come un cedro del Libano o una violetta d’acqua; difficilmente un nido d’uccello o la tana di un roditore  saranno in disordine.

L’uomo, fra tutte le creature, è la più “disordinata” in assoluto: dunque, si può dedurre che il disordine è una fase dell’evoluzione, così come lo sono la creazione di forme artistiche o letterarie, l’architettura e la scienza. Servono altri esempi? Nel mondo attuale si deve ormai ammettere la centralità del principio del random in molti contesti; e non c’è bisogno di essere esperti di feng shui o di comunicazione o di psicologia per affermare che è dalle asimmetrie che nascono le riflessioni, i progetti, i cambiamenti.
Detto questo, è necessario fare una distinzione.

C’è disordine e disordine.

E’ a questo punto che intervengono il feng shui e le disciplini affini, nonché il buon senso. Così come una stanza troppo ordinata, dove tutto è perfettamente lineare e regolare, non faciliterà la circolazione dell’energia, analogamente una stanza sempre in disordine, dove gli oggetti che non sono “al loro posto” sono sempre gli stessi, produrrà un altrettanto pericoloso ammontare di energia negativa o sha. Ciò che è fermo e stagnante, infatti, è dannoso e ostacola il liberto fluire energetico in un ambiente. Per non parlare dell’igiene e della pulizia, che naturalmente devono essere sempre consentiti. Anche la polvere sui mobili non dovrebbe depositarsi troppo a lungo, con buona pace del celebre investigatore Sherlock Holmes, che deduceva la data esatta dei documenti che teneva sulla sua scrivania dal diverso spessore della polvere che vi si depositava sopra…

Dando dunque per scontato tutto ciò che riguarda l’igiene e la pulizia, fisseremo le regole di un “buon” disordine in sole tre norme fondamentali a cui tentare di attenersi.

1. Gli oggetti “in disordine” devono cambiare nel tempo.

Se lunedì c’è una pila di vestiti sulla sedia del soggiorno, e sabato no, va bene. Se gli stessi vestiti sono ancora lì la settimana dopo, va malissimo. Se sulla stessa sedia troviamo: i vestiti lunedì, una valigia il giovedì, e giornali il mercoledì seguente, il problema non sta nel disordine ma nella sedia: forse è necessario sostituire la sedia, o cambiarle di posto, o “destinarla” ufficialmente a quello scopo esatto e a nessun altro. (Meglio allora comperare un mobiletto, no?). Oppure, dobbiamo chiederci perché non vogliamo che nessuno si sieda lì. Dobbiamo interrogarci sulle nostre relazioni con gli altri, sia con coloro con cui conviviamo, sia sui possibili ospiti. Ma c’è anche una terza possibilità: a noi, la sedia piace così. Ci piace la sedia multi-funzionale. Vogliamo dirlo in inglese? La multi-tasking chair. Suona meglio? A noi piace la sedia-attaccapanni, la sedia-sgabello, la sedia-poggia-piedi, la sedia-per-il-gatto, la sedia-tavolino. Vogliamo entrare in casa e provare sorpresa: toh, ecco dov’era finita la sciarpa rossa. Ecco dov’era tutta la biancheria stirata. Ecco dov’era il libro che stavo leggendo. Ecco dov’erano i dvd che non trovavo più. Vogliamo riconoscere il nostro (dis)ordine, vogliamo marcare il territorio con una piccola, innocente imprevedibilità quotidiana …

2. Gli oggetti in “disordine” non devono ostacolare la nostra vita sociale e/o di svago e/o di lavoro.

Se lo fanno, occorre riflettere sulle ragioni di ciò (si torna al caso della “sedia” al punto 1). Può trattarsi di un divano su cui si appoggiano giacche e cappotti, oppure di un tavolo sempre ingombro, oppure di un bagno “non presentabile” se arrivano ospiti improvvisi, ecc. Ma può anche trattarsi della stampante del computer su cui appoggiamo ogni sorta di fogli e foglietti, in modo che ogni volta che dobbiamo usarla siamo costretti a un frettoloso e frustrante de-cluttering che rende l’operazione della stampa, di per sé banale, un vero calvario. A questo punto è meglio che ci sottoponiamo a un’analisi serena dei nostri rapporti con noi stessi, con gli altri e con la nostra identità ludica e professionale. Se però tutto va bene, allora niente allarmismi! Se spostare ogni volta mille oggetti per compiere un atto banale fa parte di una nostra liturgia personale, perché preoccuparci? Forse usiamo quei gesti rituali e quei pochi minuti per decomprimerci, concentrarci, fare il vuoto interiore, o anche solo concederci un momento di relax …

3. Per quanto è possibile, gli oggetti in “disordine” dovrebbero riflettere il gusto, la personalità e gli interessi di chi abita lo spazio in questione.

In questo caso è un disordine creativo, fecondo, stimolante per sé e per gli altri. Per nessuna ragione è consigliabile lasciare “in giro” cose che non ci piacciono, che ci deprimono, che ci ricordano situazioni spiacevoli. Vasi rotti. Piante marcescenti. Spazzatura. Giornali vecchi che non abbiamo nessuna intenzione di rileggere. Però … però … se questo è il nostro mood, se in questo periodo vogliamo creare una continuità fra le nostre emozioni e lo spazio che ci circonda, se quel pianoforte non accordato ci piace così com’è, che male c’è?

Elogeremo dunque un ambiente né troppo ordinato né troppo in disordine: uno spazio “diversamente” ordinato, dove ordine e disordine convivono in reciproco rispetto. Dove un libro o un giornale aperti sul divano, un giocattolo in cucina, un negligè sul letto, una scatola di candele dietro una porta non indicano pigrizia o sciatteria ma interesse, dialogo, gioco, lavoro intellettuale, seduzione, magia. Dove quando andiamo a dormire ritroviamo i nostri oggetti sul comodino, tra le coperte, sul pavimento, e non abbiamo la sensazione di trascorrere la notte e vivere i nostri sogni nella vetrina di un negozio. Del resto, come scrive Jean Cocteau, “un romanzo è un vocabolario in disordine”:  da parte mia, ritengo senz’altro preferibile vivere dentro una storia d’amore o dentro un’avventura fantastica che fra colonne simmetriche e monotone di  lemmi ed etimologie ……

Alessandra Calanchi:

insegna Letteratura e Storia della Cultura Anglo-Americana presso l’Università “Carlo Bo” di Urbino.

Fra le sue pubblicazioni,  Quattro studi in rosso. Lo spazio privato maschile nella narrativa vittoriana (Cesena 1997) e “Arti dell’abitare a confronto: ‘belonging’, feng shui e letteratura”, (in Feng Shui, rivista on line quadrimestrale, 2007).

 

 

 





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